Absolut Red

"A Supposedly Fun Thing We’ll Probably Do Again"

Autoproduzione/Unhip-Morr

15 Aprile 2013

Attenzione, perché questi qui sono nuovi. Si chiamano Absolut Red e, tanto per essere telegrafici con le coordinate geografiche e con i rimandi storici, vengono da Sasso Marconi. Sono giovani e rappresentano una delle più promettenti nuove leve della scena indipendente bolognese, di quella frangia innamorata dell’Inghilterra, cresciuta a tortellini ed Arctic Monkeys. Oscillano tra i 18 e i 21 anni. Sono svegli, e in questo caso basta mettere nel lettore il loro disco d’esordio per farsene un’idea, per realizzare che buona parte dei loro anni li hanno passati imbracciando gli strumenti, rompendo corde e giocandosi le sere in salaprove. “A Supposedly Fun Thing We’ll Probably Do Again” sono otto tracce esplosive e malinconiche allo stesso tempo, storie colorate, ma di quei colori lievemente velati che portano con la mente nelle campagne dello Yorkshire. Invece partono dai pendii appenninici, e chi lo direbbe? Otto tracce, mezz’ora di musica per cominciare e per presentarsi, per togliersi di dosso la monotonia della provincia, immaginandosi in un fumoso club di Camden, con la giacchetta su misura e la tracolla della chitarra tenuta più alta del solito. Storie che si intrecciano, mischiando paesi lontani a citazioni letterarie, studi di embriologia, dinamiche e situazioni mature, terribili e delicate allo stesso tempo. Analizzando il concetto di lontananza, di nostalgia, di senso del tempo. Il tutto con due chitarre, un basso, una batteria e pochissimi effetti. Canzoni che nascono dolci e acquistano solidità, nate da appunti attorno ad un capitolo di teratogenesi come l’apripista “Embriology”, oppure da polaroid di viaggi irlandesi, tra le derive dantiste di Montale e le sale da tè della Belle Epoque (“Occasion”). Incursioni nel surf-pop, storie peruviane di amore non ricambiato (“A Love Story From Outer Space”), dove l’armonia si fonde con un passato che non tornerà. Come non torneranno gli anni ’90 in “90’s Call”, il brano più british dell’intero disco, declinazione del concetto di sindrome dell’età dell’oro, ovvero il trip raccontato anche da Woody Allen in “Midnight in Paris”. Pagano il loro personale tributo agli Strokes in “Life In Black And White”, mentre presentano a modo loro il massacro della Columbine High School in “Sunday”, contrapponendo al tema un arrangiamento spensierato e libertiniano. Amano giocare sui contrasti, narrare relazioni difficili da raccontare, che entrano ed escono dai sogni, che scorrono attraverso il walking bass e un fischiettio spensierato (“Bathroom Whistling”), che celano l’ennesimo rimpianto di un amore che è andato e che difficilmente tornerà a far loro visita. Chiudono il cerchio con “African Savannah”, una canzone sui wannabes, sul signore degli anelli inteso come Kobe Bryant (uno che in Emilia non è considerato solo un lontano e inarrivabile campione della NBA), sui pomeriggi persi, con una domanda così semplice e al tempo stesso così difficile da trovar una risposta: “What does it mean to change the future?”. Non è una domanda che almeno un volta nella vita ci siamo fatti tutti? Ci lasciano così, con la possibilità di pensarci, magari rimettendo il disco dall’inizio, già con la curiosità di sentire cos’altro saranno capaci di far saltare fuori dalle loro teste e dalla loro salaprove. Dopotutto, prendendo in prestito David Foster Wallace (ma non dategli degli hipsters, please), il titolo dell’album è più che una confessione: gli Absolut Red si divertono, sanno osservare quello che li circonda e lo sanno raccontare con particolare abilità; sanno quello che fanno insomma, e con tutta probabilità lo rifaranno.