Blackwhale

"Siberia"

DUBRUM Soundz

15 Settembre 2016

Mai sottovalutare l’imprevedibilità degli eventi. Talvolta potrebbe accadere che il risultato di un lavoro – come in questo caso “Siberia” primo album solista di Marco Giarratana sotto lo pseudonimo di Blackwhale – non sarebbe mai stato tale se non si fossero intromessi imprevisti, ostacoli, ritardi di ogni tipo, i quali svolgono una funzione quasi “lamarckiana”, influenzando il processo di evoluzione del prodotto fino a plasmarne le forme definitive così come noi le possiamo ascoltare oggi. La genesi di questo album, è lontana sia da un punto di vista temporale, dato che ha iniziato a plasmarsi nella mente del suo autore fin dal 2011, sia da un punto di vista stilistico, poiché era stato immaginato inizialmente come un disco folk acustico. Ora, a distanza di cinque anni dal suo concepimento, abbiamo tra le mani un prodotto che non potrebbe essere più diverso. Marco Giarratana, già fondatore di Psychocean e Jussipussi, ha avviato il suo progetto solista sotto il moniker Blackwhale. “Siberia” è la sua opera più intima e personale dal punto dei vista dei testi, in cui sul piano musicale la matrice rock è imprescindibile, così come lo sono diventati successivamente gli elementi di natura elettronica inseriti dal produttore Marco “John Lui” Pettinato, il quale ha contribuito alla realizzazione dell’album e a indirizzare Marco verso un certo orizzonte sonoro stilisticamente più complesso ed equilibrato. È la voce di Marco a condurci attraverso tutti i livelli espressivi presenti in questo viaggio spesso notturno, che dimostra in partenza l’influenza del Reznor di “Year Zero” e “Hesitation Marks”, introducendo già dal primo pezzo The Body Has its Spectre il ritmo incalzante delle drum machine e di una certa estetica industrial nell’uso dei synth, che nel secondo brano, Fences, si fa meno cadenzato lasciando spazio a ritmiche più ampie di ispirazione quasi dubstep. Nel terzo brano, decisamente più allegro già a partire dal nome Happy Man (ma che in realtà è una critica all’ipocrisia di chi sceglie di non mostrare al resto del mondo le proprie paure), è impossibile non notare un giro di basso che tradisce una certa attitudine new wave. Pneuma, termine latino che vuol dire “anima”, è una traccia più profonda in cui predominano ritmi e sonorità scure, la voce si fa lenta, come fosse uno spirito che canta solitario alla luna piena, e continua così, assottigliandosi fino a un sussurro nel pezzo successivo, The Vacant Shell, in cui un cambio repentino di ritmo e l’ingresso di un basso synth wave donano una nuova ondata di energia al brano. Pale Light Reflector e Nobody Comes sono brani dai toni severi, che, specialmente nei testi, affrontano tematiche sociali e antropologiche, l’uno muovendosi su un registro distopico in cui l’uomo è definitivamente assoggettato alle dinamiche di potere, e l’altro stigmatizzando i vuoti riti religiosi e l’impossibilità di trovare conforto in quel tipo di culto. L’album si chiude con Siberia, in cui, ai toni freddi del pianoforte in apertura che sembra voler trasmettere proprio la sensazione di solitudine in una sconfinata landa di neve, si contrappone il ritmo breackato, anche piuttosto atipico, che richiama la drum’n’bass di estrazione più vicina a ritmi IDM made in UK. L’esordio di Blackwhale è un album ricco di sfaccettature e dalle molteplici influenze, in cui si fondono il background rock dell’autore e quello più elettronico del produttore Marco “John Lui” Pettinato, consegnandoci un’opera di elettro-pop-rock piena di chiaroscuri.