Dulcamara

"Uomo con cane"

Sounday / Venus

Arriva anche per Dulcamara, nome d’arte di Mattia Zani, l’ora di scrivere il terzo e notoriamente difficile album. Dopo l’esordio “Lasciami ad Est” ed il sophomore “Il buio”, che professavano una sorta di spoken word rap misto-folk, l’ultimo tassello lascia da parte la metrica da strada e batte il ferro sulla folkitudine, sull’acustico e sul sogno, conservando un genuino sapore da chansonnier western, con arrangiamenti che ricordano le più riuscite canzoni dei Belle And Sebastian e degli Eels e nel contempo la miglior tradizione degli standard del cantautorato italiano. Le istantanee di Dulcamara tirano le somme di viaggi americani (l’opener “La strada del ritorno”), si sposano con tastierine analogiche anni 80 (“Epoca”, primo singolo che sarà presto accompagnata da un videoclip) o si assestano su ricordi e metriche nella direzione della canzone d’amore atipica di Capossela (“Nonsodove”). I paesaggi sonori sono per la maggior parte miscelati con una prevalenza di voce e chitarra, ingredienti che vengono speziati con trombe, echi e fischi western, armoniche a bocca, giochini per lobo a cavallo, retrofilie necessarie alla costruzione di un suono personale e quantomai necessario. La generazione dei trenta/quarantenni vaga tra stati di agitazione (Vasco Brondi aka Le luci della centrale elettrica), ricordi di un eden politico perduto (Offlaga Disco Pax) e intimismi post-zen metropolitani (Dente). Mattia punta invece sulle ritmiche gitano-folk (“Trinidad”) e convince con visioni da un viaggio continuo, il diario di chi non sa stare fermo. Come i suoi coetanei, il futuro è troppo incerto per concedersi una lunga pausa di riflessione: meglio dire tutto subito e pensare poi alle conseguenze. E allora il blues di chi si guarda dentro esplode nella stupenda riflessione di “Parlarti piano”, poesia desertica che echeggia paesaggi morriconiani e che stabilisce Dulcamara come una delle voci più interessanti della canzone italiana contemporanea, ricordando per la coerenza sonica pure l’esordio di Riccardo Sinigallia (“Giugno 99”). Inevitabile poi l’omaggio alla cantabilità del Battisti anni 70 (“Ora come allora”), punto di riferimento di tutto il percorso dell’artista faentino. Dulcamara cura sentimenti complessi, accompagna sensazioni e ricordi con una voce roca e una sensibilità che parla schietto (‘senza coraggio non sarei un uomo’, dice in “Il pazzo giù all’angolo”). Come scrive bene negli appunti sul disco: “fino a qualche anno fa ascoltavo solo hip hop e non suonavo nemmeno, usavo solo un campionatore. Ora ascolto sempre più classici folk/country e sempre meno generi chiusi in se stessi, forse più in generale ascolto sempre meno. Sono arrivato alla convinzione che non sia vero che ascoltare tanta musica faccia così bene a chi deve comporla. A volte mesi di silenzio portano ad una certa originalità”. Ben detto, Mattia. Continua così: l’originalità ce l’hai già in tasca. Il riconoscimento arriverà.