Farglow

"Meteors Remotes"

diNotte Records / Believe

18 Gennaio 2014

Per ascoltare questo disco è consigliata una camera in penombra, e nella testa nessuna bramosia di ritornello catchy, di inno generazionale, di rima baciata o di strofa della vita. Perché “Meteors Remotes”, il disco d’esordio dei Farglow (che esce solo in vinile e in digitale), è una raccolta di brani strumentali, nove episodi che nascondono mille sfaccettature, molte pieghe, qualche segreto. Un viaggio di quarantacinque minuti che prima di tutto parte dalla convinzione che si possono fare belle canzoni anche se ci si dimentica di cantarci sopra.
 Poco importa se questo significa dover dosare ogni secondo di musica, se si necessita di un’attenzione maniacale per ogni particolare, perchè niente di quello che si suona si può celare dietro la forza di una parola. E allora ben vengano le giornate passate a ricercare incastri, a prendersi il tempo che serve mentre gli altri vanno al mare o a farsi gli affari propri. Così sono nati i Farglow, al secolo Giacomo Bressan, Michele Zamboni, Gianluca Bassano e Marco Fasoli, quattro veronesi alle prese con chitarre, bassi, batterie, synth e nessun microfono, quattro veronesi che hanno deciso di fare le cose con calma, di guardarsi dentro, di provare a sintetizzare un composto che voli alto come le meteore ma che, a suo modo, sia pop come un telecomando. Un composto che non sia il solito post-rock dilatato, ma che scali continuamente di marcia, che generi sensazioni discordanti, che abbia la bellezza fredda e indecifrabile di un parco giochi di provincia.
Dall’apertura con “Behavioral Therapy” alla chiusura di “Radio Ganymede” i Farglow mescolano abilmente le migliori intuizioni e le influenze più diverse, dagli AIR ai Mouse On The Keys, dai Tortoise a Steve Reich, da John Carpenter ai Talk Talk (però in versione afona), accelerando bruscamente (come in “Death” e “Super Red Carpet”) per poi restare in apnea sul filo di una chitarra acustica (“Playground”), spezzettando il tempo e facendolo esplodere con meticolosa attenzione (“Cob Swan Race”), oppure lasciandolo sospeso e aereo per tutta la durata di “Type ‘n’ Speak”. Amano i saliscendi, quelli che creano vuoti nello stomaco, che mettono alla prova i coni degli amplificatori, quelli che si provano andando su e giù per delle montagne russe: salite ripide si alternano a discese mozzafiato, a giri su se stessi e a improvvisi scossoni (“Vers Le Ciel”). Infine, quasi a giocare con la loro scelta di dimenticarsi di cantare, si concedono improvvisamente un coro ma solo per trasformarlo nell’ennesimo strumento di “Talking About Beatles”.
“Meteors Remotes” è questo, è un luogo “dove non bisogna parlare”, come diceva un noto cantante e bassista italiano nell’ultima canzone di un suo disco. Tutto quello di cui si ha bisogno è mettersi tranquilli e chiudere gli occhi, lasciandosi trasportare ed entrando in quest’universo targato Farglow, fatto di meteore, telecomandi e montagne russe. Potrebbero rivelarsi quarantacinque minuti da ricordare.