Giovanni Succi

"Lampi per macachi"

Wallace Records - Santeria/Audioglobe

12 dicembre 2014

Ci sono legami invisibili, amori sulla carta impossibili, punti di riferimento che sembrano così lontani dai propri universi. Ma se li si guarda con attenzione sono proprio quei fili, quei collegamenti apparentemente inusuali, a creare delle storie uniche. Proprio per questo può suonare strano che uno dei maestri di Giovanni Succi, la corda e il legno dei sempre più granitici Bachi da Pietra, sia Paolo Conte.
Paolo Conte l’avvocato, il paroliere, il pianista jazz, l’unico cantautore sempre ascoltato da Succi dall’infanzia ad oggi. E non c’è altro modo per rendere omaggio a un proprio maestro che tradire la sua opera, avendo ben presente le diverse accezioni letterali del verbo: tradurre, portare altrove, cambiare, tramandare. 
Nasce da questa idea “Lampi Per Macachi”, il tributo di Succi a Paolo Conte, otto canzoni del maestro trasfigurate e al netto del jazz. Otto canzoni che provano a isolare quegli ingredienti così unici e affascinanti della produzione contiana, cucinandoli in maniera differente, forse l’unica possibile per non presentare un piatto manchevole, un tentativo di emulazione che saprebbe troppo di brutta copia.
 Ed è per questo che “Lampi Per Macachi” (che già nel titolo è una commistione di termini contiani) lascia per strada l’orchestralità baldanzosa tipica degli arrangiamenti di Conte, dimentica la strada del jazz puntando invece su tinte noir e desert blues, marcando i silenzi, scarnificando e concedendosi sfumature elettroniche e ipnotiche. Attaccando la chitarra elettrica agli amplificatori polverosi e chiudendo a chiave il pianoforte, tirando fuori dal mazzo pezzi apparentemente intoccabili e singoli ormai quasi dimenticati.
 Così “Gelato Al Limon” viene riproposta con tonalità molto più scure e controllate, mentre “Uomo Camion” è quadrata e acquista vigore battuta dopo battuta. Ci sono “La Fisarmonica Di Stradella” stravolta in un trip hop acustico e rumorista e la dolcezza sussurrata di “Come Mi Vuoi” (in cui per una volta ascoltiamo Francesca Amati dei Comaneci cantare in italiano).
Poi, l’incedere rock di “Diavolo Rosso”, fatto di progressioni, di elettriche distorte e tamburi, “L’Incantatrice”, anche questa asciugata da tutti i mille spifferi del jazz. E ancora una “Bartali” dilatata e al limite dello spoken-word, che si gioca il jolly dell’unico pianoforte di tutto il disco e lo adorna di metronomi vintage, di zither, di percussioni lontane, di sospensioni.
Il disco si conclude con la sola chitarra elettrica e la voce urlata di “Questa Sporca Vita”, quasi a sottolineare l’essenza di un lavoro che ha svestito e rivestito le tracce di Paolo Conte, lasciando qui il brano nudo nel suo disperato amore.
Troviamo poi quella contingenza geografica tra l’astigiano Paolo Conte e il nicese Giovanni Succi, quello spirito piemontese così presente e al tempo stesso così indefinito, che permea molte canzoni di entrambi. E forse anche per questo non c’era posto migliore ed emotivamente suggestivo per incidere “Lampi Per Macachi” di una cantina vitivinicola a Incisa Scapaccino, un paesino in provincia di Asti, dove, in mezzo ad un mare di vigneti di Barbera, Succi si è chiuso in quasi totale isolamento a suonare e registrare insieme a Glauco Salvo e Mattia Boscolo, con Mattia Coletti al mixer. Il risultato è un tributo con un’anima meticcia, un concept-album sul Piemonte, ma prima ancora è un atto di amore e di riconoscenza nei confronti di un maestro. Che come tutti i maestri va tradito, in modo da poter una volta in più celebrarne la grandezza.