Movimento Artistico Pesante

"Movimento Artistico Pesante"

Manzanilla / Audioglobe

13 Maggio 2014

A Verona c’è qualcuno che evidentemente non ha più tanta voglia di parlare d’amore e non sembra intenzionato a seguire i passi di tragedie eccellenti come quella che confezionò William Shakespeare. Anzi, a dirla tutta c’è qualcuno che proprio non ha voglia di parlare e così, siccome qui trattiamo di musica e non di teatro, capita di trovare un disco dove non c’è una sillaba neanche a pagarla (con una piccola eccezione), dove tutti i significati sono delegati alla forza prorompente di batteria, chitarre elettriche e synth. Ovvero gli strumenti impugnati da Movimento Artistico Pesante: tre musicisti giovani e poliedrici – Valentino Torresendi, Thomas Cordioli e Gianmaria Gobbetti – e un disco d’esordio omonimo che è un insieme stralunato e potente di energia, melodia e sperimentazione, come se Morricone incontrasse i Kraftwerk in un club indie di Lubiana. Un power trio un po’ schizzato e con le spalle larghe, che parte con una chitarrona pesante in stile Jesus Lizard (“Bardolino”) e strizza l’occhio alle stratificazioni del post-rock (“Baikonur”), per poi diventare nervosissimo, consumando le bacchette sui bordi dei tamburi nonostante la cassa in quattro (“Disco Baldo”) e concedersi intermezzi minimali e sospesi (“II”) che vanno a braccetto con i Supreme Dicks. Il distinguo, l’eccezione che, come nelle migliori occasioni conferma la regola, è “Spreewald”, dove un cantato ci sarebbe anche, ma di difficilissima interpretazione. Movimento Artistico Pesante, anche quando si concede una parolina, sa velocemente tornare su quello che è il nucleo del loro far musica: ”KFK” è gonfia e muscolare e mette in mostra tutte le qualità dei nostri, passando da una chitarra tagliente ad un mix saturo e corale che sembra suonato da un ensemble molto più nutrita, sfociando in un bignami di un minuto e venti che si chiama “Intro” e che, nella loro ferrea logica, ovviamente si trova al numero sette della tracklist. Ultimi due capitoli sono “Pezzo Dei Queen”, un muro di suono che si concede un solo stacco centrale come un respiro deciso prima di ributtare la testa sotto e continuare a macinare musica, e infine “Van Basten”, summa di tutto quello che il Movimento Artistico Pesante ha saputo esprimere nelle precedenti otto canzoni: c’è lo spazio e ci sono i piedi che pestano per terra, ci sono i piatti che vibrano pesantemente e la pelle del rullante che urla, ci sono i giri di synth a sostituire i bassi e una certa inqualificabile, intrigante eleganza. Questo è un esordio che si potrebbe amare già dal primo ascolto: spigoloso, denso, nervoso; ma nasconde delle insenature dolcissime dove fermarsi a riposare e anfratti in cui scovare tutto ciò che Movimento Artistico Pesante non dice apertamente. E allora, perché non immaginare che Montecchi e Capuleti – al posto di rincorrere amori impossibili, assumere veleni o infilzarsi al momento sbagliato – non abbiano semplicemente scelto di mozzarsi la lingua e mettersi a suonare?