Nicolò Carnesi

"Ho una galassia nell’armadio"

Malintenti / Edel

01 Aprile 2014

Immaginate di chiedere ad uno dei più promettenti cantautori italiani quali siano le influenze maggiori del suo nuovo disco e sentirsi rispondere ‘Peter Hook e Albert Einstein’. Lo straniamento sarebbe giustificato quasi quanto un’occhiata perplessa, ma basta affacciarsi nell’universo di Nicolò Carnesi e di “Ho Una Galassia Nell’Armadio” per imbattersi in un pozzo di inaspettate citazioni, formule fisiche tradotte nella vita quotidiana, sentimenti analizzati con metodo scientifico, dualismi, dicotomie, new wave e segreti da decriptare che hanno senso tutte insieme. Nicolò Carnesi, palermitano classe ’87, risulta da sempre sfuggevole alle etichette: troppo riduttivo definirlo un cantautore, troppo semplice dare una sola chiave di lettura alle sue canzoni. Brani che mischiano folk, pop e new wave, che frullano i Flaming Lips e gli Smiths con Planck e la meccanica quantistica, che studiano il complesso rapporto tra l’universo e ogni singolo uomo, tra il grande e il piccolo. Canzoni d’amore, ma non solo, canzoni che guardano in tutte le direzioni e che Nicolò aveva così chiare in testa da volerle suonare tutte da solo strumento per strumento (con la preziosa collaborazione in regia di Tommaso Colliva), ad eccezione di inserti mirati. E gli ospiti sono pesi massimi come Roberto Angelini, Antonio Di Martino, i Selton e Rodrigo D’Erasmo. Così le dieci tracce che compongono “Ho Una Galassia Nell’Armadio” uniscono una scrittura più rifinita e matura ad uno studio certosino dei suoni, con un uso maggiore di elettronica e di synth rispetto al passato, dall’apripista che da titolo all’album fino alla conclusiva “La Rotazione” – scelta come anticipazione del disco – piccolo grande e doloroso gioiello pop che si muove tra Palermo, Milano e New York e che racchiude le parole con cui Nicolò, dal primo momento, voleva concludere il disco: “E c’è da qualche parte un amore che uccide gli inverni, e c’è da qualche parte un universo dove non si odia mai”. In mezzo l’abilità di prendere ascolti lontani, di farli propri e di metterli al servizio di storie minime come “Disegno” o “Cassandra” dove due persone diventano un mondo intero, o la ricerca della timbrica più funzionale per raccontare al meglio “La Fuga Di Alberto” (quello annoverato tra le influenze maggiori del disco) e di mitigare un testo un po’ più cinico degli standard (“Ma sì, facciamoci del male ancora un po’, ma sì, restiamo incollati a tutte quelle cose che non abbiamo più” in “L’Ultima Fermata”). Le dicotomie di Carnesi sono anche queste, sono le differenze caratteriali di “Numeri” e l’incedere da filastrocca di “Proverbiale”, sono le citazioni dei New Order, le atmosfere filtrate dei Cure e trasposte in mondi lontanissimi dagli anni ’80 e dal cerone di Robert Smith, o una voce urlata à la Rino Gaetano ma su una base musicale che non potrebbe essere più distante (“Illuminati”).
 Non è facile racchiudere così tanta vita dentro un disco solo, una vita che, sempre nel gioco delle dicotomie, racchiude anche la morte senza bisogno di essere nichilisti ad ogni costo. Non è nemmeno facile far suonare un disco in questo modo, riempiendolo di significati, di intenzioni e di intuizioni, dando lo stesso grande valore a musica e parole, provando a bilanciarle per farle emergere insieme. Immagina di chiedere a Nicolò Carnesi di poter dare un’occhiata dentro il suo armadio: trovare una galassia non sarebbe affatto strano.