Nobody Cried For Dinosaurs

"Ten Billion Years Later"

Dischi Mancini

15 Marzo 2016

Può un disco proiettarti in un atollo tropicale con un cocktail in mano e le onde che si infrangono sulla spiaggia bianca? Può una band che vive nella notoriamente grigia Milano avere un’attitudine colorata, pop nella sua accezione più giocosa e gioiosa? La risposta è sì, se il disco in questione è “Ten Billion Years Later” e la band sono i Nobody Cried For Dinosaurs. Giovani ma già scafati, con alle spalle festival e aperture prestigiose (dal MiAmi ai The Drums), il collettivo capitanato da Gabriele Gastaldin e Federico Cavaglià (attorno cui ruotano diversi altri musicisti) torna a due anni dal precedente lavoro discografico con “Ten Billion Years Later”, un ep di quattro canzoni che mischia dream pop, synth, chitarrine funky e camice floreali. E il risultato è fresco, freschissimo, in grado di far ondeggiare la testa e battere il piede dal primo all’ultimo secondo, in un viaggio che da Milano porta in luoghi assolati e paradisiaci, con tutta l’energia che solo delle canzoni pop fatte bene sanno sprigionare. Così l’ep comincia con “Fantasy”, che in tutto e per tutto (leggasi musica e testo) riesce a prenderti e a portarti in una dimensione altra e lontana, con un giro killer di synth e un ritornello che dopo mezzo ascolto rimane già in testa. E se “Rave” richiama atmosfere più classicamente indie, serratissima con la batteria in up-tempo e i crescendo cantati tutti assieme, “Piña Colada” torna su binari più saltellanti, tra timpani e giochi di parole, amore e coppie indefinite, falsetti e il sax finale. Conclude “Mexico”, il pezzo più lento dell’ep, in cui parlando del viaggio come evasione e fuga i Nobody Cried For Dinosaurs giocano con i cori e con i rimandi africani, in un piccolo tributo al Paul Simon di Graceland. Quattro pezzi, molti spunti. Giocando con uno spettro di possibilità e soluzioni che vanno dalle influenze dance anni ’80 alle suggestioni tribali, a volte un po’ dreamy, a volte come addentrandosi in una giungla al ritmo di samba. Tutto orchestrato dal nostro duo con la preziosissima collaborazione di Lavinia Siardi, Giacomo Di Paolo e Loris Giroletti, registrato e mixato da Federico Bortoletto e Federico Carillo al Blend Noise Studio di Milano e masterizzato poi da Andrea Suriani (I Cani, Capra, My Awesome Mixtape) all’Alpha Dept di Bologna. Quattro pezzi, ma gli spunti vanno oltre la musica: l’artwork di Gustavo Viselner si rifà all’universo geek dei vecchi video games in 2D à la Out Run, un mondo in 8 bit che nonostante il passare degli anni non perde il suo fascino pixelato e vintage. Tutto questo è “Ten Billions Years Later”, un qualcosa da cui partire per finire dall’altra parte del mondo solo alzando il volume delle casse, preoccupandosi dell’estinzione dei panda e delle balene ma ricordandosi anche di quelle amabili bestioline da svariate tonnellate che una volta erano padrone del mondo, senza la cui dipartita sicuramente non saremmo qui, con il sorriso sulla faccia, un bel disco nelle orecchie e la voglia di cambiare le cinquecento lire per un altro giro in sala giochi.