Norman

"La grandine!"

Dischi Soviet Studio

08 Aprile 2016

Si dice che il chicco di grandine più grande della storia pesasse oltre un chilo, abbastanza da spaccare una schiena. Ma chiunque abiti vicino a un campo coltivato sa che ne bastano di molto più piccoli per devastare il lavoro di mesi. Ad esempio i trevigiani, che da sempre vivono tra i vitigni di prosecco e le distese violacee di radicchio.
E trevigiani sono i Norman, che di grandine e di musica (e di prosecco) ne sanno abbastanza, dopo dieci anni di concerti e un apprezzato disco d’esordio (“La Rivolta Dei Bambini Blu” del 2009). Trevigiano è Massimiliano Bredariol, già con Artemoltobuffa e Valentina Dorme, qui ideatore della band che lo vede ora impegnato con Lorenzo Tomio, Redy Bonaventura, Simone Zaffalon e Igor De Paoli a confezionare il secondo lavoro ufficiale della band, registrato e mixato da Davide Dall’Acqua.
 “La Grandine!” arriva così, con undici canzoni che parlano di quando pensi di avere tutto sotto controllo e invece no, di quando il tuo piccolo mondo esplode e non puoi far altro che provare a contenerne il fragore. “La Grandine!” è prendere la lezione dei grandi cantautori del passato, ma anche del presente, e renderla in una propria declinazione, fatta di storie minime, di ditte di traslochi che non spostano solo mobili, di abitudini rovesciate. Con una musica che mixa gli amori dei Norman, da Capossela a Paolo Conte, dai Radiohead a Scott Walker e che si incastra perfettamente in una tradizione geografica che ha saputo sfornare da sempre piccoli gioielli, dagli Estra di Giulio Casale ai Radiofiera, dalla poetica di Mario Pigozzo Favero all’ultimo Iacampo.
E così “La Grandine!” è un disco che giunge soffuso, dove una quasi ninnananna su un incedere marziale (“Gondrand”) fa da manifesto e poi vira subito in quelle costruzioni pop complicate e bellissime che hanno reso imprescindibili gli Scisma (“Bigdominorally”), senza aver poi paura di raddrizzarsi e accelerare verso altri lidi (“Nonenewyork”).
Perché la musica dei Norman è riconoscibile, è pesata ma non sembra aver voglia di essere imbrigliata in uno schema: così c’è la voce di Paola “Dilaila” Colombo ne “Il Danno” a dare ulteriori colori alla tela, c’è la capacità di concatenare concetti dolorosi (“Sai quante cose sbagliate succedono qui…” in “4:44”) a episodi più leggeri (la citazionista “Memorie Di Una Testa Scamosciata”), ogni volta confezionando il mood più giusto in cui inserire parole che non sono mai scontate, che riempiono la metrica ma che rimangono anche addosso, un po’ sgranate, a volte ironiche e amare.
Così puoi parlare dei confini, geografici e sentimentali (“Leuca”), puoi lasciar andare la musica senza preoccuparti di metterle un freno (“Gara Di Resistenza”), puoi mantenerla fumosa cantando del pittore veneto “Gino Rossi”, delle città che ha visto, del suo bisogno di controllo e dei suoi ultimi momenti (“Io me ne andrò non mi prenderete mai…”). Puoi buttare via i calendari (“Tra Un Anno”) e puoi chiudere il tutto diventando grandine, chiedendo agli altri di scansarsi, perché ogni tanto rischiamo di fare male anche a chi ci vuole bene.
Tutto questo è “La Grandine!”, un universo multiforme, la provincia ruspante e tradita, le piccole manie, tutte concentrate in un disco, in undici chicchi. Un’esplosione nucleare dentro una snowball, come descrive l’illustrazione di copertina di Matteo Cremona. Il controllo è un’illusione, questa è la vita, come prendere i goal in contropiede. Perché la grandine quando arriva non ci puoi far tanto.
E i Norman questo sembrano averlo capito magnificamente.