Parsec

"Sulla Notte"

Waves For The Masses

13 Novembre 2015

La notte. Un filo conduttore, qualcosa che da sempre ispira poeti, scrittori, artisti e animi inquieti. Dove le sensazioni si amplificano e generano mostri che nemmeno noi sapevamo di avere dentro. È cercando di esorcizzare queste paure che nasce l’esordio full-length dei bolognesi Parsec (Federico Cavicchi, Samuele Venturi, Gabriele Tassi e Leopoldo Fantechi), un viaggio interiore tra pensieri, allucinazioni e aspettative di un ragazzo intrappolato nei ricordi dell’infanzia. “Sulla Notte” è il fiore nel deserto di una città di provincia, l’esorcizzare il grigiore di un’esistenza che lascia intravedere delle possibilità migliori, ma non riesce a realizzarle. Il suono è volutamente oscuro, spesso e tenebroso, con una batteria che risuona pesante e inesorabile (“Audrey”) e le chitarre che si fanno insistentemente ipnotiche, a sottolineare il carattere ossessivo di una routine in cui quell’odiato pub di periferia è rimasto l’unico posto familiare nel quale annegare i propri pensieri (“Luci Al Neon”). Sono sempre le chitarre a tradurre in musica il clima emotivo quando questo si fa ansiogeno e l’io narrante è perseguitato da incubi ed immagini ricorrenti, come quella di “Emile” (Griffith), pugile che ha ucciso il suo avversario a mani nude ed è ritratto in foto con i pugni alzati a festeggiare la vittoria. E l’ansia diventa un ritmo concitato che non lascia fiato, diventa un’esecuzione noise (“All’Ultimo Piano”). I pensieri rallentano e si dilatano nelle strofe, tornano frenetici una volta stabilito che la partenza è l’unica soluzione (“Non Siamo Mai Stati Moderni”). La claustrofobia è il sentimento dominante e i Parsec riescono più che mai a restituirla all’ascoltatore, in un tetro basso che apre la strada ad un nuovo racconto inquietante nella sua normalità (“Lo Straniero”), a catturarlo nei propri percorsi sonori e renderlo pienamente partecipe di ciò che sta succedendo. Ma imbracciare le armi e combattere i propri demoni non avrebbe senso se non celasse nella profondità il desiderio di trovare il proprio posto sicuro, la consapevolezza che in fondo volevo solo essere felice (“Un’infanzia difficile”). Perché le ore d’insonnia ci hanno disillusi ma qualcosa deve per forza salvarsi: così i suoni tetri, che rimandano a band come ISIS o The Death Of Anna Karina, trovano i loro spazi di apertura in cui il cielo sembra rischiararsi, forse momentaneamente, come nel breve momento post rock di “Per una volta” e nella finale epopea “Stoccolma”, perfetto coronamento del disco. “Sulla Notte” è un insieme di storie e di sentimenti, suscitati nell’immediato dalla musica e spiegati poi dai testi, dalle frasi declamate, dai successivi silenzi. Prodotto da Luigi Tizzano, registrato e mixato da Michele Postpischl (Ofeliadorme) e masterizzato a Berlino da Francesco Burro Donadello (Giardini di Mirò, Blonde Redhead), “Sulla Notte” ha preso origine come una via di fuga dal reale, una semplice passeggiata notturna, una libera confessione di chi si sentiva un reietto. Se è diventato qualcosa di definito e granitico, è solo merito dei Parsec.